Malanni da III Millennio
Post di Patologie Postmoderne
mercoledì 16 aprile 2008
Marxisti di Pixel
martedì 10 luglio 2007
Viaggiatori nel Tempo
Per l'uomo il viaggio ha sempre rappresentato un simbolico percorso esistenziale, una propria odissea più o meno lunga e faticosa. Ma per gli uomini di oggi e, soprattutto per noi creature metropolitane, il viaggio che scavalchi la lunghezza del quotidiano spostamento rappresenta una parentesi temporale-spaziale dove viviamo personalissime sensazioni.
Abituati, come siamo, ai frenetici ritmi cittadini, lavorativi e comunicativi, quando veniamo estrapolati dal nostro habitat naturale e catapultati in un mondo senza tempo, dove solo lo spazio percorso comanda, subiamo quasi sempre quella che si può definire proiezione da macchina del tempo.
Strada, ferrovia, cielo o acqua divengono nastri di un film che rappresenta la nostra vita: dietro di noi il passato, davanti il futuro, in mezzo il presente, che corre, più o meno rapidamente, sotto le ruote, lungo i binari, attraverso le nuvole e sopra le onde. A volte ci si ferma, volontariamente o fatalmente, e quelle divengono pause esistenziali, dove si tocca il presente con le mani, si fa il punto della situazione e ci si riposa, ma spesso si sente di "perdere tempo".
Naturalmente il mezzo che si sceglie per tali spedizioni, e soprattutto la lunghezza del viaggio sono fondamentali per sottolineare sostanziali differenze e conseguenze mentali in tale condizione generale di estraneità.
Oltre alla spicciola psicologia fra quelli che detestano partire, viaggiare e spostarsi, e quelli che lo adorano; che non è detto dimostri tout-court come i primi siano più attaccati alle tradizioni, più scettici e meno intraprendenti, mentre i secondi siano più proiettati nell'avvenire, credano meno nel passato e non abbiano paura della provvisorietà, si può sintetizzare che alcuni sperano sempre di avere qualcosa in più dal domani, ed altri temono di perdere ciò che hanno già.
Ma il tendere e fuggire di heideggeriana memoria, si sente soprattutto nel viaggio.
Tutti.
Veniamo ad una piccola lista delle più note sensazioni dinamiche.
- Dimensione autostradale:
Prenderò per ora in esame solo il territorio autostradale, perchè se è vero che la Strada con le sue mille diverse variazioni di certo incontra simili stati d'animo, è anche vero che essi si deframmentano in altrettante migliaia di sfumature a seconda del paesaggio e dello stato della strada percorsa.
Quello del sistema autostradale invece è un vero circolo chiuso. Ancora oggi, almeno in Italia, è luogo per lo più maschile. La percentuale infatti di donne al volante sui viaggi interurbani cala, soprattutto quando si è soli. Ed è precisamente quello il momento in cui la sensazione, ovviamente, si fa più viva. Ciò non toglie che anche da passeggero, o in comitiva, certi sintomi si manifestino.
Di norma l'autostrada, ancorché non in condizioni particolari di traffico intensissimo o di emergenza climatologica, produce un effetto mentale perfino produttivo. Il fatto di dominare relativamente la situazione, per il conducente, permette un appagamento dell'ego.
Guido. Mi fermo quando voglio io, vado all'andatura che stabilisco, calcolo il tragitto, il tempo.. Ecco, il primo rischio è proprio questo. Una forma di egocentrismo conclusivo, dove infine i pensieri ti tengono compagnia secondo una volontà da tabella di marcia.
Essere il capitano del mio abitacolo crea l'illusione di essere il capitano del tutto. Perfino dei propri sogni. Si noti che in questi momenti infatti, si fanno spesso mille progetti, trascinati dalla potenza dei propri cavalli. E più il viaggio scorre sereno, più ci si convince che li porteremo tutti a termine. Elementi fisiologici aiutano a riportare i piedi per terra (o almeno sul freno). Così quando il pensiero dominante diventa quello di una bella branda è utile fermarsi al più presto.
Purtroppo, come sempre, non ci sono solo lati positivi da rimarcare. Il lato oscuro della forza è tragicamente nello specchietto retrovisore.
Per lo stesso motivo di superomismo da pilota autostradale, infatti si scatena (sempre più facilmente nel maschio, va da sé) la competizione con il rivale di turno.
Inutile qui fare l'ennesima analisi freudiana con le comparazioni sessuali e le frustrazioni prestazionali. Fatto sta che ingarrellarsi in autostrada assomiglia ormai ad una tradizione.
Almeno una volta ogni 200 km.
Meditazione ferroviaria
Alienazione d'areo
Evasione da nave
(...)
martedì 8 maggio 2007
Mouse e Martello
Mi sono sempre chiesto perchè del tanto snobbare il populismo della rete. Cosa c'è di più pornografico del web? Internet è il trionfo dell'esibizionismo, della parata delle chiappe e delle idee. Qualcuno prova a farci i soldi, e che male c'è? Se pensate a come navigano nell'oro i ragazzi di Google dovreste smettere di usare il pc (alzi il mouse chi non ha mai cliccato la G).
E poi diciamocelo: I computer sanno tanto di bene di lusso capitalistico. Non mi pare possano essere simili alle armi dei contadini e lavoratori da incrociare su una bandiera rossa.
Non so perchè, ma certo la neo-net-intellighenzia partecipa suo malgrado al solito paradosso moderno:
Predicare male e razzolare peggio.
I figli dei forum
Quando non sai una cosa, quando ti senti perduto, quando hai poco tempo per una ricerca, c'è solo una strada: La Rete.
Non so se sia una deriva degli anni dell'amore cosmico, o piuttosto, per dirla con Rousseau (vs Hobbes), una naturale tendenza dell'uomo all'aiuto del suo simile.
E certo stona, inserire una tale filantropia della conoscenza, in questo catalogo dei mali moderni.
Tuttavia, come spesso (in effetti è il fil rouge della raccolta) capita, oggi è il paradosso che fa riflettere. Qui si tratta proprio di personalità dissociata da internauta.
Provate a fermare un paio di persone per la strada e domandategli in che città siamo. Almeno una vi manderà sui fichi, sempre che vi risponda. Poi provate a fare una domanda altrettanto cretina su uno dei tanti FORUM, COMMUNITY (...) che invadono il world wide web. Riceverete risposte pronte, precise e perfino gentili.
E la cosa funziona anche e soprattutto quando si sale di livello. Si assiste quasi alla gara per chi risponde prima e in maniera più dettagliata.
Avete un problema irrisolvibile con un qualunque elettrodomestico? Tutti i tecnici (introvabili) del settore vi ridono in faccia? I farmacisti vi danno le supposte se avete il mal di denti? Il cellulare (non parliamo dei computer, claro) appena comprato non esegue certe funzioni ma il rivenditore fugge appena rientrate nel negozio? Il fioraio vi dice che è solo colpa vostra se muoiono le margherite appena piantate? Nessun dizionario, enciclopedia, tomo riporta la frase che cercate? Cantate a tutti una canzone che nessuno giura di conoscere? I vostri amici parlano al telefono con i genitori pure di non aiutarvi a ritrovare quel film?
Ebbene la vostra rivincita, concreta e gratificante anche sul piano umano, la troverete su internet. Garantito. Eserciti di volontari, si sbatteranno su motori di ricerca e personalissimi bagagli culturali, per risolvere ogni vostro problema. Dal più cretino al più impossibile. Aggiungendo pure delle scuse se non sono stati abbastanza esaurienti!
Fiolosofi, psicologi e i sociologi si affannano a spiegarci che si tratta di un semplice trucco della timidezza, della paura, della insocievole-socievolezza kantiana, del mondo dove ci nascondiamo dietro un monitor per tendere finalmente la mano al riparo dal giudizio e dal tradimento altrui. Un meccanismo di difesa proiettivo e una via virtuale per vivere più vite.
Tutto vero. Ma c'è qualcosa di più sottile e, a conti fatti, perfino pericoloso.
Se si ha la forza e la volontà di perdere del tempo (altra ansia moderna, addirittura perversa) per fare faticose ricerche solo per aiutare uno sconosciuto dall'altra parte dell'adsl, e poi ci si rifiuta di prestare i cavetti al tizio con l'auto in panne sotto casa solo per il timore delle implicazioni... La conseguenza che ne deriva alla fine è sempre la stessa:
La solitudine del Terzo Millennio.
ES
lunedì 7 maggio 2007
Insonnia da Black-out
L'insonnia è un male antico. Eterno.
Oggi sicuramente fra i mali più comuni e contagiosi della modernità. Il ritmo della vita, la sua tecnologizzazione e l'intolleranza sempre più alta di fronte ai minimi disturbi fisici e ambientali hanno fatto il resto. Non è questa la sede per un serio studio (la medicina ci si spacca la testa da tempo, come per l'emicrania che si procura studiandolo..) sull'argomento.
Nel grande, crescente popolo degli insonni, ci sono sommariamente due tipologie agli estremi. Quelli che cercano di dormire (con tutti i mezzi, poi si dividono in sottoclassi fra omeopatici e pillolisti) e quelli che si alzano e ne approfittano per fare qualcos'altro. Indovinate da che parte possa stare un blogger incontinente...
Spesso mi sveglio nel cuore della notte e mi godo il suo silenzioso bisbiglio di dimensione irreale.
E' come la quiete dopo la tempesta, se si eccettua qualche frenata terrificante laggiù all'incrocio della piazza. Che alla fine fa pure compagnia...
Ascolto i misteriosi percorsi idraulici che scorrono dentro le pareti, e le sporadiche vetture dei nottambuli che scivolano sui sanpietrini romani. O anche il paziente sbuffo del furgone che pulisce le strade. Osservo i contorni della mia camera da letto impregnata di buio e fisso le sottili strisce di luce fioca che si formano sul soffitto, penetrando le persiane socchiuse.
Poi, dopo aver pensato le cose più assurde (come scrivere questi post) ed aver preso qualche appunto veloce (sindrome da illuminazione mentale notturna o allucinazione d'eureka), mi metto a leggere, magari dopo il classico salto in cucina a salutare l'amico frigo, sempre così solare nell'aprirsi per dissetarti.
Una notte, mi trovavo appunto nel mio letto, e leggevo un libro di Alvarez, intitolato, ovviamente, Notte. Assolutamente calzante con ciò che scrivo. Interessantissimo. Tutto a un tratto si spense la luce.
Un black-out.
Ecco. Non ero perso, ma quasi. Bastarono poche candele e tutto divenne perfino più romantico. Con la luna a illuminare il mio appartamento. Però. Mi ricordai che la notte dell'Italia senza luce fui svegliato proprio dal silenzio. Di colpo, come per un tuono.
Mio padre, insonne come me, uscì sulla sua terra nella campagna toscana. Vide il suo orizzonte come mai lo aveva visto in vita. Al buio, quello vero.
La prima emozione che si prova in quei momenti così lontani dalla nostra abitudine elettronica è l'ansia da fall out di pre-esplosione atomica. Grottesco? Mica tanto.
Superato però l'attimo fatalista da fine del mondo, a ben vedere anche eccitante, ecco che ci si comincia a chiedere le cause, mentre si smoccola in cerca di una torcia. Chissà poi perchè se eravamo stesi, siamo capaci di levarci dal letto per andare bestemmiando al contatore!
In ogni caso subentra la solita serie di previsioni catastrofiche a breve o a lungo periodo fino a quando non risolveranno il nostro guasto. Il pc, la tv, la lavatrice, il frigo, l'allarme, l'ascensore, come farò... Scattano così le solite telefonate cretine per sapere se "anche da te" manca la luce. "No - risponde la vittima assonnata - ho acceso". E si mette a dormire.
Insomma, alla fine si torna a letto, ma sapete quando si riprende sonno davvero? Solamente quando si sente ripartire tutto il casino intorno a noi. Cullati dagli allarmi e dalla ninna nanna lampeggiante delle nostre minacciose testimoni dell'ora esatta.
'notte.
ES
giovedì 26 aprile 2007
(e)Scatologia Acuta
Se una mattina, fra i grigi cieli delle nostre metropoli, dietro le foreste di antenne che campeggiano sui tetti di ogni quartiere, spuntasse curioso un UFO, nessuno lo noterebbe. Forse è già successo, e forse non tornerà più. Già, perchè l'eventuale E.T., invece, ci avrebbe spiato, per un pò, poi angosciato sarebbe fuggito a guardare i nostri oceani ed i nostri ultimi deserti, zone desolate ed amene, senza troppa "civiltà"...
Provate ad osservare (dall'alto è meglio, anche per la salute respiratoria) per circa un quarto d'ora un incrocio nevralgico della città, nelle ore di punta (ormai tutte). Cosa vedete?
Scatole. Scatole che si ammassano disordinate, si snodano come un lungo serpente, luminoso se di sera, e fumante veleno. Scatole che suonano, tossiscono, s' incrociano, si spingono, schizzando via a strappi o proseguendo lente il loro cammino da tartarughe zoppe.
Misteri dell'evoluzione.
Cosa fanno gli "esperti" di traffico metropolitano per arginare lo stritolamento dei cittadini? Lo aggrovigliano. Completamente pazzi, forse a causa del mestiere, sembrano pompieri piromani: Spengono il fuoco con estintori carichi di benzina. Quando c'è una strada dritta e larga, loro ne cambiano ogni cinque metri il corso, impedendo il parcheggio, e seminandola di semafori stile abete natalizio. Oppure la ingabbiano con cordoli, trenini fantasma, aiuole o isole pedonali più simili a scogli assassini nel mare in tempesta. Dove invece esiste un vicolo tipo genovese, ecco il doppio senso, il parcheggio consentito e la totale assenza di segnaletica. Molti sostengono che tale politica abbia un fine preciso: Dissuaderti dal prendere la macchina.
I vigili fanno pena e vengono giustamente odiati; sono i classici personaggi sbagliati nel posto sbagliato. Ottusi, impotenti e prepotenti. Non parliamo poi della burocrazia da equipaggiamento, perchè quello è un altro capitolo.
Ma qual è la malattia principale che emerge da tanta confusione? In realtà è più di una, e ci sono mille diverse sfumatura di reazioni e di patologie.
La più comune e la più pericolosa è la crisi claustro-allucinogena da imbottigliamento. Si verifica quasi sempre in città, quando si ha un appuntamento (di cui l'importanza è spesso ininfluente, o il semplice tran-tran quotidiano senza tram) ed il ritardo aumenta senza pietà e senza fine. Può degenerare in psico-sadismo distruttivo.
Si comincia maledicendo la scelta dell'itinerario fatta all'incrocio precedente, quando ci si rende conto che è impossibile ricambiare percorso. In realtà non hai mai la controprova che "dall'altra parte era molto meglio" o "intanto era uguale se non peggio", ma il dubbio comincia a demolire la tua paziente fiducia. Poi ci si fissa di essere nella "fila di quelli che non vanno", quando invece si è completamente fermi, tutti.
Così cominciano i dribbling fra le colonne immobili e strombazzanti delle vetture vicine, che naturalmente non fanno passare (chissà poi perchè? Tanto, dove vuoi che vada?). Quindi la sensazione d'impotenza si fa sempre più disarmante, l'orologio è inesorabile, l'autoradio ti provoca con la tipica musica che vorresti sentire lungo l'american route 66 fra le riserve indiane. Sei prigioniero del caos e le facce intorno a te cominciano a mutare sembianze, come nel finale del Fattoria degli Animali. Dietro i parabrezza appannati, scruti solo pecore aggrappate al volante ed alla frizione, pronte a rubarti un millimetro d'asfalto nel grande gregge di lamiere. Belanti, inutili, prive di logica reattività ed a bordo di macchine assurde e orripilanti.
Ormai parli da solo, a ruota libera, e insulti tutti, con devastante rabbia. Cominci ad avere allucinazioni da guerra del Vietnam; ti vedi su di un carro armato che stritola sotto i suoi denti cingolanti le bare cromate di questi zombie iscatolati.
Le conseguenze sono solitamente pesanti. Anche evitando danni concreti e complicazioni legali, infatti, si arriva in uno stato di profonda instabilità mentale, con un ausilio vocale assai debole e con una depressione malinconica da post-sfuriata, che non cambia, qualunque sia l'esito dell'appuntamento. Ci si sente completamente svuotati per il resto della giornata.
Ecco perchè alcuni reagiscono in maniera diametralmente opposta. Appena s'accorgono che i tentacoli del traffico stanno per avvolgerli, si abbandonano in una rassegnazione da vittima iscatolata e si lasciano ingoiare dallo smog immobilizzante. Mollano frizione e marcia, si accendono una sigaretta e attendono come se avessero lo scappamento in bocca...
L'autentico rischio di tanto fair-play, è la repressione dell'istinto liberatorio; è possibile che si esploda, poi, al momento sbagliato con un'energia superiore ed inarginabile. Magari tornando a casa e trovando una macchina parcheggiata difronte al cartello "Divieto di sosta" del proprio cancello o portone, che impedisce di entrare. Ecco allora che tutta quella rabbia tappata per il tragitto, l'appuntamento, il ritardo, il girotondo infinito alla ricerca del parcheggio, la multa conseguente, la "grattata" al semaforo, il clacson di quello dietro, scoppia come un obeso strizzato in una fascia da torero e si manifesta in gesti vandalici e violenti.
Capita di vedere, così, fior di professionisti, laureati e padri di famiglia, in giacca a cravatta mentre strappano tergicristalli e lasciano tangibili segni sulla vettura in questione, della loro disapprovazione, spesso con l'aiuto di un cric o di una chiave. Quando hanno un fucile è strage.
Naturalmente, ci sono coloro che prevengono, o almeno ci provano, i suddetti estremi. In effetti, tali sistemi anti-crisi sono delle conseguenze alla febbre del traffico e della routine quotidiana, e, non di rado, trascendono in altrettante psicosi.
Uno di questi meccanismi di difesa a doppio taglio, molto usato dalle donne, è l'adattamento habitat dell'abitacolo. In poche parole consiste nello sfruttare i tempi morti del viaggio. Il fatto è che qui non si parla solo dell'aggiustarsi il trucco nello specchietto retrovisore al semaforo, la possibilità sono illimitate. L' involucro della macchina diviene un prolungamento della casa, dell' ufficio, dell' università. A parte gli schiavi telefonici, che ormai hanno mutato una mano in un cellulare acceso, o, minacciati dalla multa togli punti non si separano dagli auricolari anche quando vanno a farsi una lampada (ma anche questo fa parte di un altro malanno), esistono tipi che riescono a fare di tutto in auto, nel mezzo del caotico singhiozzo del traffico cittadino. Si vestono, cambiandosi l'abito da lavoro con la tenuta sportiva, o viceversa; si asciugano i capelli, sparandosi in faccia il riscaldamento a tutta potenza; lavorano, mangiano, studiano, dormono (e quelli sono i più pericolosi), compilano, fanno sesso, e pulizie o chissà che cosa, fatto sta che li vedi sprofondare fra i sedili e ricomparire nervosamente con il riporto spettinato. Certo, tante distrazioni portano un pò di scompiglio alla guida, ma il problema è che tali soggetti perdono il contatto con la realtà, dimenticano dove sono, e si arrabbiano se tu gli fai notare che sono fermi al semaforo da 3 verdi, mentre, ad esempio, stanno terminando di fare il backup al proprio IPod.
Un altro sistema molto adoperato, più dai maschi, è il rischioso transfert da gara. Tipico nelle strade fuori città e soprattutto nelle autostrade, tragica epidemia fra i giovani, in questo caso assume connotati grotteschi dello scenario paralizzante del traffico. I principi sono gli stessi, primitivi ed eterni: Io vado più forte di te, sono più abile, ho il "manico", ce l'ho più lungo. Ciò che cambia, come detto, è l'ambientazione. Il duello all'ultimo sangue si consuma fra le colonne striscianti delle auto e viene provocato da uno "smacco" spesso forzato; come un clacson impertinente o una stretta prepotente. Quasi sempre si tratta di auto piccole e sguscianti, ma capita di vedere battersi anche jeep e furgoncini (a volte pure i bus!). La gara si svolge in un inseguimento testa a testa, con un'alternanza diabolica, tra un serpentone e uno spiazzo, con una velocità media di circa 4 Km/h. L'abilità sta tutta nel prevedere lo spiraglio più veloce e più fluido, e nello sfrizionare la macchina fra prima e seconda facendola scattare come una molla ad ogni centimetro libero. E' una questione personale, ma alla fine degrada ad orgia "tutti contro tutti", perchè altre vetture vengono coinvolte nelle schermaglie. Una straordinaria caratteristica di tali acrobazie è la constatazione che dopo una quantità di infrazioni incredibili, di sgommate stridenti e di slalom stile film polizieschi, si è sempre lì, magari dietro quell' ape celestina, che avevi sfiorato due isolati prima, e che credevi ferma.
Infine, al semaforo rosso, nelle prime file, si assiste ogni volta alla famosa sindrome da pole-position. La vena più comica della faccenda, sta nella falsa indifferenza generale. Le pupille sono tutte al semaforo (quello dell'altro incrocio, il proprio è già dietro, invisibile), e si aspetta il giallo o l'avanti lampeggiante, la prima è già inserita, il motore gira al minimo ma gira, ci si sposta impercettibilmente con una mano sul volante, leggera e incurante, l'altra è sulla marcia, come sul manico di una pistola in un mezzogiorno di fuoco. Un attimo prima del verde c'è la partenza, con la carica dei 101 in testa, fatta da motorini e moto (praticamente già in mezzo all'incrocio); treni di gomme rimangono ai blocchi, mentre il vincitore, trionfante e saettante, deve essere pronto ad inchiodare all' inizio della coda dell'altro semaforo. Assai affine a tale patologia semaforica è la perversione da ultimo a passare, meglio conosciuta come ansia orgasmica da giallo-verde.
Sovviene sempre quando c'è incredibilmente dello spazio difronte a te, e il semaforo segnala di sgombrare l'incrocio, ma spessissimo anche al "primo rosso" (con l'assurda convinzione che intanto di là è ancora rosso, mentre in realtà quelli sono i pole-position e fissano il tuo semaforo). La perversione non sta solo nel fatto che si accellera anche quando mancano ancora venti metri e che quindi si rischia un incidente catastrofico stile Chips (del resto la frenata ultima eventuale comporterebbe simili rischi con le vetture lanciate alle spalle), ma soprattutto perchè viene un godimento mostruoso nel vedere alle tue spalle gli inseguitori che si fermano, mentre tu sei l'eletto che ha scelto il tempo giusto e non ha tirato indietro il piede. Addirittura la deviazione mentale ti porta a schernire negli specchietti quelli fermi dietro o a lanciare urla liberatorie di adrenalina per essere uscito indenne dalla roulette russa (soprattutto degli incroci "veloci").. C'è molta regressione infantile in questa incredibilmente cretina e rischiosa perversione, oltre ad essere straordinariamente avvincente...

ES
venerdì 13 aprile 2007
Faccismo
Prendo spunto dall'iconcina dell'ultimo post e attingo dal mio vecchio scatolone dei malanni.
Vedete (sotto) il faccino che sorrideva? Vi viene subito in mente che l'autore del post possa essere lui? O almeno che sia il protagonista del pezzo..
Allora, si è già detto fino alla nausea: Il protagonismo ha sempre accompagnato l'uomo nella storia e, a volte, lo ha fatto con personaggi straordinari ed ambiziosi. Purtroppo, però, non è vero il contrario: Non basta apparire, per essere straordinari. Banale quanto vero.
Questa equazione oggi è completamente ribaltata, la necessità di farsi vedere è allarmante e, naturalmente, l'altare mediatico è agognatissimo. L'esposizione della faccia diventa l'emblema necessario di tale ricerca.
Il Faccismo è un'altra peste del duemila, è la dittatura dell'immagine, del presenzialismo e della notorietà mediocre. Tutti conosciamo la tragica profezia di Andy Warhol, uno dei padri e delle prime vittime di tale patologia: "Nel futuro tutti avranno diritto ad almeno 5 minuti di celebrità". Si è avverata, purtroppo. Soprattutto nella forma perversa del 'diritto'.
Si è pronti a tutto per calpestare il palcoscenico e rendersi noti, senza ritegno. Dall'umiliazione del concorrente da quiz, che, almeno cerca fortuna (altra febbre) si è passati allo sputtanamento totale della propria intimità e dignità. Dal saluto alla mamma in diretta, si è passati all'insulto della stessa, sempre in diretta. Accuse, corna, parolacce e pugni, per poi ritornare al perdono, alle confessioni, agli abbracci e alle lacrime, in un patetico baratto fama-audience che fa gola soprattutto a qualcun altro. Tant'è, di questi giorni è la notizia grottesca, il rompicoglioni che però "ci mette la faccia" va perfino ufficialmente elogiato...

Il virus del faccismo si espande comunque assai oltre i raggi del tubo catodico. La mamma della tv, infatti, la stampa, è un altro habitat naturale per lui. Ci si poteva illudere di traslarlo al Firmismo (il germe non cambia), ma il concetto va oltre quello di essere notati come autori (più che letti) oltre ad essere menzionati, citati, occorre essere fotografati, pettegolizzati, didascalizzati, criticati, premiati...
Nella mia breve ma satura carriera giornalistica ricordo un evento che non dimenticherò facilmente. Ho sempre fatto fatica ad intervistare qualcuno, perchè personalmente mi disturberebbe. Tutti i miei colleghi, con ben altra esperienza, mi dicevano: "E' il contrario, la gente ha sempre qualcosa da dire, tocca a te tirargliela fuori...". Ebbene, mi capitò di fare un servizio tra la gente comune, in un filo-diretto con i lettori di un noto quotidiano romano; consisteva nel fare poche domande e la foto agli abitanti della zona sotto inchiesta. Non so come la maggior parte di loro reagì alla comparsa sul giornale, ma, avendo fatto il servizio anche nel mio quartiere, non potei fare a meno di notare cosa successe nel bar sotto casa. Io avevo intervistato un cameriere, perchè non avevo trovato il proprietario, e francamente lo trovavo anche più idoneo a spiegare le ragioni dei mali della piazza dove lavorava tutti i giorni. Quando uscì il pezzo, ci fù il finimondo. Il padrone del bar prima se la prese con me, poi la buttò sul ridere, poi licenziò il cameriere. Forse la causa non era stata il mio articolo e la mia foto, ad ogni modo, ora, evito di andare in quel bar (dove del resto rubano...).
Comunque, il bello di tanta eccitazione è, come sempre oggi, il suo lato schizofrenico, il paradosso burlesco: Tutti scrivono e nessuno legge (da che pulpito..), tutti parlano e nessuno ascolta, tutti appaiono e nessuno li riconosce. Avete mai notato, per esempio, i vips, quando li incontri casualmente per strada? Ti fissano nel disperato tentativo di farsi riconoscere, a volte sorridono, oppure fingono imbarazzo, e tu pensi dentro di te: "Ma chi era questo cretino?".
Il Faccismo è infatti così devastante da non risparmiare coloro che sono realmente protagonisti (o almeno ci provano). Torniamo ai giornalisti. Quando ero piccolo e sfogliavo il giornale non ho mai saputo quali fossero le facce delle firmone che campeggiavano in prima o seconda pagina. Poi sono cominciate le rubriche ricorrenti, incorniciate e intitolate da sottili "In punta di penna " o da più classici "Prediche utili", o ancora da più inflazionati "Cattivi pensieri". E' facile intuire che tanti pensieri simili si mescolavano e si confondevano, percui, recentemente, quotidiani, riviste (le prime a farlo) e depliant hanno aperto anche delle finestrelle dove si affacciano, più o meno illuminati, gli autori delle diverse opinioni, più o meno illuminanti. Molti di loro cercano persino la posa in quella minuscola ed immutevole icona, così si notano strani profili platonici accanto a titoli tipo "Le tette non sono tutto...". Ora va di moda il disegno o il ritrattino, ed io mi adeguo subito come vedete.
E cosa dire dei libri? Quando affronti la vetrina calda di una libreria, ricca di agiografie e dei futuri best-seller o di quelli che aspettano ancora un po' per diventarlo, ecco che, di copertina in copertina, distingui più le facce che i titoli e i nomi degli stessi autori. Dal taglio intellettuale della foto in bianco e nero dietro il volume (all'americana) o nella reversina (all'europea), si è giunti alla totale cover-face, più d' impatto e meno leccata, che sembra quasi dire: "Eccomi: sono io, bello e famoso, non ho bisogno d'altro...". Così i libri sembrano sempre più settimanali o riviste di moda, ed i sottili titoli si spiano attraverso le chiome o le pelate dei presunti celebri autori.
Il Faccismo fa male perchè non ci colpisce con le minacce dei faccioni dei duci, ducetti o grandi fratelli. Ci colpisce con l'icononografia del quotidiano. Con le Figurine Panini farciti per tutti. Con la polaroid dell'attimo inutile. E non ci rendiamo conto che perdiamo i tratti autentici. Rischiando di andare fuori fuoco come il geniale personaggio alleniano. Siamo il rovescio di Dorian Gray. Costretti ad aggiornarci i profili ogni settimana per far vedere che esistiamo davvero. Mentre il ritratto bello, quello venuto bene, resta ben custodito e chiuso in qualche cassetto.
ES
